Psicoterapia cognitivo comportamentale
A seguito delle tendenze comportamentiste e della diffusione di nuove scienze, il cognitivismo e ad oggi l’approccio cognitivo-comportamentale sono i metodi psicoterapeutici più diffusi. Già dal 1967, anno in cui esce Psicologia Cognitivista di Ulric Neisser, si cominciava a parlare di cognitivismo.
Già si era entrati in una fase di neocomportamentismo americano e, con l’interessamento al sistema nervoso e alle neuroscienze era chiaro che una nuova psicologia era richiesta.
L’interesse si rivolge a ciò che accade dentro l’individuo e la mente dell’uomo era ormai lontana dall’essere considerata una scatola nera.
Cibernetica, neurologia, teorie della comunicazione e funzionamenti del cervello, grammatica trasformazionale portano il fiorire dal tardo dopoguerra, con varie fasi, fino ad oggi di una psicologia volta allo studio del linguaggio, dell’efficacia, all’individuo.
La programmazione neurolinguistica, pur essendosi voluta distinguere per un forte orientamento alla risoluzione del problema e non tanto rivolto alla ricerca, condivide con il panorama psicologico contemporaneo l’interesse alla mente, alle emozioni, all’apprendimento, alla motivazione, al benessere, alle neuroscienze, alle credenze, al cambiamento.
Ciò che allontana sia la psicoterapia cognitivo comportamentale che la programmazione dalla analisi e psicoanalisi è proprio la tendenza alla soluzione prima di tutto, la pnl in modo preponderante, e non alla analisi, che, secondo un punto di vista piennellistico, rischia a volte di risultare interpretazione e non lettura di un modello di realtà altrui.








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